Monday, March 1, 2010

Il caos, la regola e l'eccezione


A quasi dieci anni dal mio arrivo a New York per motivi di lavoro, mi interrogo sul cosa mi ha spinto a venire e rimanere negli USA per lavorare e fare la mia famiglia.

La cosa di cui mi sono recentemente resa conto e' che (pare ovvio) il sistema economico degli Stati Uniti e' un sistema efficiente, in tutti i campi. Negli USA la realta' economica e' fatta di processi e procedure, in Italia di persone (i nostri imprenditori...). Per un giovane che ha voglia di costruirsi un futuro professionale e non (in generale, ha voglia di fare e fare bene) un sistema efficiente come quello US offre il grande vantaggio di essere efficiente anche nel mercato del lavoro (anche detta meritocrazia): se tu fai A, B, C e' verosimilmente garantito che arriverai a D. Esiste cioe' anche in campo professionale un processo che quasi mi garantisce che se faccio tutti i passi dovuti, arrivero' dove voglio. Questa meccanicita' c'e' davvero in tutti i contesti (anche in contesti meno augurabili, come quello dei rapporti personali, aihme' spesso governati dalla stessa rigidita' e formalita'). 

Al contrario, trovo che in Italia non esista questa garanzia, governa un certo "caos" e il fattore successo professionale dipende molto spesso da variabili "altre" non direttamente controllabili dalla persona stessa (cosa faceva tuo padre? in primis). Questo rende piu' difficile per una persona impegnarsi (che motivo ho di sudare per fare A, B, C se non sono sicuro che arrivo a D?), ma non solo. Un sistema piu' opaco e meno certo non toglie solo l' incentivo a provarci ma innesca un circolo vizioso nel senso che una volta che sono arrivato a D (per fortuna o per caso) tendo a vedere come una minaccia qualsiasi fattore che (non essendo appunto in mio controllo) potrebbe cambiare lo "status quo". In questa specie di "caos" , ognuno si preoccupa di badare al suo piccolo gruzzoletto guadagnato "per fortuna". L'obbiettivo diviene mantenere lo status quo e quello piu' bravo che potrebbe portare un cambiamento potrebbe rappresentare un problema.

Questa e' una cosa che ho notato in diverse esperienze pratiche lavorative: negli US e' che quello piu' bravo viene visto (dai piu' furbi) come uno a cui mi devo legare o da cui devo imparare (do not hate, gravitate!), in ogni caso come una risorsa per me. In Italia quello bravo e' una minaccia e diventa oggetto di invidia passiva alla meglio e sabotaggio attivo alla peggio.

Certo, la rigidità' di un sistema come quello US implica d'altra parte gravi limitazioni, sia dal punto di vista professionale (quanti di noi italiani non si sono stupiti a vedere come il collega americnao manca di fantasia, flessibilità' e' inventiva di fronte ad un problema) , sia dal punto di vista sociale (se il povero bimbo non entra nell'asilo di serie A, non arriva all'universita' di serie A, non approda a lavori di serie A) o culturale (un sistema unico, totalizzante, onnipresente, di massa non lascia molto spazio ad un pensiero libero). Si puo' dire che la standardizzazione alza il livello generale ma allo stesso tempo rende meno probabile l'eccellenza. Nel nostro caos, noi Italiani di eccellenza ne abbiamo generata tanta ("bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante." diceva Nietzsche). E' forse questa eccellenza il vero progresso o e' l'alzarsi diffuso del livello generale il vero progresso? non so dare una risposta.

La conclusione che ne ho tratto io e' che sono ben contenta di avere conosciuto la molteplicita' la flessibilita' e' la liberta' di una cultura europea, e allo stesso tempo godo nel poter contare su una certa razionalita', una logica che governi la mia vita professionale. Certo, essere soddisfatti professionalmente e essere felici e' un altra cosa, e qui negli USA pochi mi sembrano contenti della propria vita in generale (con quello che costa essere contenti qui, mica tutti se lo possono permettere...). Molti dei miei colleghi qui a NYC sono "arrivati" ma spesso insoddisfatti in generale, per non parlare del piano familiare/personale...molti dei miei amici in Italia sono contenti, al di la' del lavoro. Io non penso che questo sistema tolga la possibilità' di un contributo personale individuale, ma certo rende un contributo diverso piu' arduo (e' l' eccezione!). Fra chi crede che il destino dell'America sia governare il mondo e chi non ci crede, io sono fra quelli che sperano di no.

Anna

2 comments:

Anonymous said...

Quello che a me piace della mia vita negli Stati Uniti e' che nonostante abbia 33 anni (per una volta lo ammetto) la mia vita futura e' ancora una pagina bianca. Se solo ci metto l'impegno e sono abbastanza brava, posso ancora realizzare il mio sogno professionale, e tu sai qual'e'.
In Italia sono Irene Senfter e tutti hanno certe aspettative da me che non c'entrano un tubo con quello che voglio fare io. C'e' la figura omnipresente di mio padre, e anche di mio fratello, che lascia poco spazio alla mia individualita' . Come dici tu, in Italia e' troppo importante cosa fa tuo padre. Nel mio caso mio padre ha fatto cose troppo gigantesche, e a volte noi figli ci sentiamo un po' soffocati...
Negli Stati Uniti se dico il mio cognome nessuno alza lo sguardo. E' bellissimo, ti dico.
Irene

alterazioni video said...

I padri sono padri i figli, figli queste sono posizioni (non ruoli) di dare e ricevere beneficio, posizioni appunto, variabili a seocnda delle situazioni, ma non geografiche, nulla a che vedere con il quesito US/Italia o resto del mondo. io uscirei da questa dicotomia che sta solo, forse nelle nostre teste un po' nevrotiche.

Vera